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Reportage Ilaria Cumali Giovedì 12 gennaio 2017

I piedi poggiati sulle nuvole

Consapevolezza, sostenibilità e leggerezza: l’architetto Norman Foster, al Cersaie di Bologna, racconta il sogno delle costruzioni sostenibili.

Quando riesco finalmente ad aggiudicarmi il mio posto al Palacongressi di Bologna, percepisco subito l’atmosfera frizzante delle grandi occasioni. Il mormorio incessante fa da sottofondo all’attesa, improvvisamente tutto si interrompe e sul palco entra l’ospite atteso. Gli applausi riempiono l’auditorium, tutti sorridono emozionati alla vista di una figura elegante e distinta. Lui non è una stella del cinema ma l’ovazione e lo strepitio sono gli stessi. Lui è Lord Norman Foster, classe 1935, architetto e designer, rivoluzionario della costruzione, esponente dell’architettura hi-tech e premio Pritzker nel 1999. Un uomo che ha saputo ricostituire l’antica alleanza tra uomo, abitazione e ambiente.


Fronte e retro della medaglia del Premio PritzkerIl Pritzker Architecture Prize nasce nel 1979 dalla volontà di Jay Pritzker e di sua moglie Cindy e rappresenta uno dei più prestigiosi premi per l’architettura nel mondo. Viene assegnato per «onorare annualmente un architetto vivente le cui opere realizzate dimostrano una combinazione di talento, visione e impegno, e che ha prodotto contributi consistenti e significativi all’umanità e all’ambiente costruito attraverso l’arte dell’architettura».
Il premio, sostenuto dalla famiglia Pritzker e dalla Hyatt Foundation, prevede una somma di 100.000 dollari, un attestato e una medaglia di bronzo. Sulla medaglia, da una parte disegni ispirati al lavoro dell’architetto Louis Sullivan, dall’altro l’iscrizione «Firmness, commodity, delight», che richiama i tre principi dell’architettura secondo Vitruvio: firmitas, utilitas, venustas.

«L’essenza del costruire è il far abitare. Solo se abbiamo la capacità di abitare, possiamo costruire». Così, nel 1951, davanti allo scenario di macerie e rovine della Germania del dopoguerra, Heidegger ammoniva gli addetti alla ricostruzione, indicando l’urgenza di ristabilire un contatto tra la costruzione e il suo abitante, contatto fondamentale per il benessere. Il titolo della conferenza era Costruire, abitare, pensare, come quello dell’edizione 2016 di Cersaie, fiera della ceramica di Bologna tenutasi dal 25 al 29 settembre, che ha preso spunto dal filosofo e aperto il sipario con Norman Foster.

«Una dimensione spirituale capace di pervadere e scuotere i sensi», questa è l’architettura per Foster. Una connessione, quella tra uomo e architettura, che Foster ha saputo distillare in ogni sua opera, in cui vigono armonia naturale e continuità. L’architettura diventa metamorfosi e prolungamento dell’uomo: pelle la struttura esterna, scheletro le fondamenta. Non solo: l’opera di Foster diventa un pretesto per un dialogo a tre, tra costruzione, natura e uomo. Il dualismo tra pelle e scheletro lascia spazio all’armonia: l’una si fonde nell’altro per arrivare all’organicità strutturale, dove forma e funzione si intrecciano e si integrano, facendosi veicolo di un messaggio. Le pareti di vetro della cupola del Reichstag esprimono l’idea di Foster di un’architettura capace di trasmettere un codice etico: la trasparenza diventa metafora di una politica chiara e accessibile a tutti.

Non è un caso l’amore di Foster per forma e funzione. In giovinezza, militare nella Royal Air Force, rimane incantato davanti alle forme dei dirigibili, macchine volanti che fondono estetica e utilità. «Il volo è stato per me un punto di vista privilegiato da cui osservare il mondo», dice Foster, mentre spiega alla platea perché quella luce abbagliante caratterizza e identifica le sue opere. L’aeroporto di Hong Kong – «un’esperienza analogica in un mondo digitale» – esemplifica questa tendenza: le pareti si dissolvono in spazi di luce, il cielo sembra essere parte integrante dell’edificio.

Quanto pesa il suo edificio Mr Foster? è un documentario dei registi Amado e Carcas, che consiglio a tutti di vedere. La domanda del titolo non è casuale: gli edifici di Foster sembrano, nonostante la loro grandiosità e complessità, librare nel cielo, assorbiti perfettamente tra natura e paesaggio. Il ponte di Millau, nel sud della Francia, e il Millenium Bridge, a Londra, riescono a risultare leggeri, armoniosi e non invasivi. «Una lama di luce», così Foster descrive il ponte, che collega la zona di Bankside con la City.

La locandina del film Quanto pesa il suo edificio Mr. Foster?Film documentario del 2010, diretto da Carlos Carcas e Norberto Lopez Amado, Quanto pesa il suo edificio Mr Foster? è un’opera in cui la settima arte si mette a servizio dell’architettura per esplorarla e indagarla, attraverso inquadrature spettacolari e punti di vista inediti. Scritto da Dejan Sudjic, giornalista inglese di origini serbe, penna di “The Observer” e direttore del Design Museum di Londra, che con la sua voce racconta e scandisce vita e opere di Norman Foster.
La curiosa domanda che dà il titolo all’opera dei due registi spagnoli riprende il quesito che gli pose Richard Buckminster Fuller, architetto e designer americano. Un interrogativo che spinge Foster a riflettere sul proprio lavoro e a delineare quell’ideale di leggerezza che lo contraddistingue. Dall’infanzia povera nei sobborghi di Manchester alla passione per il volo, dagli studi universitari alle opere che hanno decretato il suo successo internazionale, il documentario restituisce un ritratto d’autore, dal quale emergono i tratti di un carattere ostinato e appassionato, e la complessa filosofia architettonica che regge tutta l’opera di Foster, tesa a far collimare estetica e utilità, natura e paesaggio urbano.

«Il mio intento è costruire i polmoni ai miei edifici, farli respirare in armonia con la natura». Sostenibilità e progettualità responsabile, quindi, perché «collaborare con la natura significa risparmio energetico». Le forme allungate dei suoi edifici (così simili a dirigibili) non sono un capriccio dell’autore ma mettono in pratica studi di aereodinamica per ridurre i costi energetici. Il 30 St Mary Axe di Londra, conosciuto anche come “The Gherkin”, usa la metà dell’energia normalmente necessaria per un edificio con tali caratteristiche, grazie a un sistema di ventilazione naturale. Il sogno e la ricerca continua di un’architettura vicina all’uomo si concretizza nell’ultimo progetto che l’archistar presenta a Bologna: un drone-porto in Ruanda, con cui facilitare il trasporto di beni e medicinali di prima necessità, ovviando in questo modo alla mancanza di un sistema di comunicazione ferroviario e stradario in buona parte del continente africano.

Il progetto del droneport in Ruanda di Norman Foster

Leggerezza, luce, sostenibilità. Foster è un sognatore geniale con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole, come direbbe Flaiano. Nel suo modo di costruire c’è sapienza, consapevolezza e amore nei confronti del nostro pianeta così fragile. «Fate sempre riferimento al potere della creatività», così ha concluso la sua lectio Norman Foster, davanti a un pubblico rapito. Poi, solo applausi e ammirazione.

 

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Ilaria Cumali
Fotografa, esperta di comunicazione e divoratrice di libri, nasce a Pesaro nel 1988 e viene adottata da Bologna dopo la laurea in italianistica. Collabora con associazioni e agenzie di comunicazione, con un piede nella scuola.




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